BERTO BARBARANI

Passava spesso dei periodi a Torri in compagnia dell’amico pittore Angelo Dall’Oca Bianca.
Il brano che pubblichiamo è tratto dal suo libro-diario scritto negli anni ’20 e pubblicato per “LORALBA HOTELS” nel giugno del 1999 titolato “SOLITUDINI SUL GARDA”.

Da Garda a Torri, la poetica strada dapprima ci tenta e lusinga con una serie di casine graziose e di villeggiatura di fasto e nobiltà, fino alla Punta di San Vigilio. Poi visto che siamo dei misantropi, degli anacoreti, ci inizia e ci comunica con la pura intimità della riva lacustre, ne eccita con la fantasia a sfiorare con occhio avido le fresche nudità delle ninfe e le perfide malìe delle sirene del Garda, ci fa sentire con mano maestra le diverse armonie delle onde, che si compongono da sè stesse nella nostra anima in un inno goliardico… Ecco Torri ! – sostiamo in piazza. – e subito appare il suo primo cittadino onorario, Angelo Dall’Oca Bianca, l’illustre pittore del Garda, che ci accoglie con un formidabile e festoso Ohi là ! Evviva – agitando la clava. Una immensa vela gialla entrava lentamente in porto, manovrando. Era la prima del genere che gli portava il vento della primavera ed egli ben presto ne fu assorto e conquiso. Noi pensiamo ad altro…! Su per la strada d’Albisano, fra olivi. In alto la chiesa candida.
Ad osservar bene con pietoso animo un gruppo di olivi,ci appariscono tormentati in tutte le guise da una tortura sapiente ed estetica. Che mette nelle loro contorsioni disperate e nel loro spasimo, un sapore di posa classica, che ricorda i migliori episodi tragici della scultura greca qualor si voglia rivestire di polpe questi strani produttori di ramoscelli di pace. Se li prendiamo invece proprio così come la natura e gli uomini li han conciati,ecco una eterna danza degli scheletri, come quelli che si vedono sulle facciate degli antichi cimiteri di campagna. Rinuncio a descrivere il meraviglioso tramonto di quella sera sul lago. Aveva del sopranaturale. Lo descriverò, dicevo tra me, domani sera. Ma sarà poi lo stesso? Allora un’altra sera, fino a che morrò col desiderio di farlo mio… Ed anche quello sarà, un bel tramonto! Mattina: si inizia il ritorno delle barche dalla pesca del carpione che è il più gustoso e apprezzato boccone del Garda, e vive soltanto in questi paraggi di gran profondità. Le barche sono una trentina e tornano quasi contemporaneamente. I pescatori si erano allontanati dal porto verso le cinque del mattino e vi ritornarono freddolosi e avvolti in certi pastrani lunghi e di colore incerto, che danno lor l’aria di tanti giovani di studio di avvocato a una lira al giorno. Legano le barche agli anelli della banchina, tengono celato il tanto o poco pesce inretinato, per non far sapere niente a nessuno; non si parlano, non si guardano manco in faccia; e raccolte le proprie cassettine con il giro del filo e gli ami coi pesciolini di latta, si avviano a casa per ridursi poi al Caffè Centrale a confortarsi con un bicchierino, davanti la bocca del forno acceso. Arriva un barcone carico di legna da ardere. Porta scritto sulla chiglia Val di Sogno il nome del barcone. E’ legna di Val di Sogno che finirà in pochi pugni di cenere anch’essa.la buona leggenda, che perpetua ancor oggi in Torri del Benaco la creazione delle “ Bele Done”ha per contrasto una realtà nella vicina Castelletto di Brenzone dove esiste virtualmente una così detta “fabbrica delle moneghe” (convento). Ciò non toglie che anche a Castelletto non vi siano delle donne piacenti. Il Lago di Garda è bello da per tutto. Perché non si devono giustamente specchiare tutte le donne del lago, che non si isdegnano tale rifrazione di bellezza. Da Torri del Benaco. Settembre – Dormivo in una stanza d’angolo della «Gardesana», prospiciente al lago. E stavo sognando di essere capitato nel cuore di una smagliante e multiforme tavolozza di tinte sparse e diffuse in paesaggi, figurine, vele al vento ed olivi sempre in vena di rabbrividire al più tenue alito di brezza. Era questa una naturale galleria d’arte viva e palpitante, resa tale per miracolo di fattura e di colore: Torri del Benaco! E m’accadde, senza tremore, di attaccare discorso con le vecchie «Parche» sedute sulla soglia di una casetta a filare, e brindavo in alleluia ne l’ «Osteria della Campanella» o passeggiavo col naso all’aria pel «Vicolo delle galline», mi impietosivo davanti i «Passeri del Sabato» o mi lasciavo sedurre dalle «Sirene del Garda». E cento altri soggetti umani e spirituali mi circondavano o si accostavano a riva. Rara, unica al mondo, forse, questa galleria che ti rende ed esalta al di là della sensibilità ordinaria, tutto un mondo piccino in riva al lago stupendo, magnificato da un preclaro maestro, che vi ha prodigato un ventennio di primavere ed altrettanti autunni della sua più ispirata energia: Angelo Dall’Oca Bianca! Mi cacciarono fuori da codesta magica ed amabile esposizione, che l’illustre pittore ribelle non poteva certo impedire nel mondo dei sogni, due fischi di vaporetti, che incrociavano al pontile, tanto da la via di Riva, che dalla linea di Peschiera. – Allora, sono le otto, conclusi io saltando da letto e spalancando quella tal finestra d’angolo della nuova elegante appendice dell’albergo. E mi affaccio alla soglia del novello sogno! Il lago era mosso, quasi agitato, ma non troppo (come nelle sinfonie per violoncello). Di fronte a me, tutto intiero il profilo di Napoleone, (sul Monte Gù) striato di muscoli ed arterie come un gran pezzo anatomico, riposava così bene, che parea stesse per voltare il naso da codesta parte, sul suo letto di roccia. Più sotto, quasi perla d’orecchino, pendeva la chiesetta candida di Gaino, dominante le laboriose e fumiganti cartiere di Toscolano. Sulla banchina nuova del porto, si stendeva malgrado non fosse ancora apparso in paese, una luce artificiale di sole. Il miracolo di deve alla minuta ghiaietta lagamente profusa del marmo giallo di torri, macinato nei pressi della chiesa e della quale appare anche bordata l’elegante curva della riva, sì, che il bel villaggio peschereccio e celebre per gli suoi squisiti carpioni, appare acconciato con la salsa majonese! E non esagero. Sotto l’ampio chiostro della «Gardesana» e della terrazza dei «Calcinardi», si respira tutto il palpitio sonnolento del lago quando è cheto, uniforme. E la rude feudalità incombente del Castello, accigliato come un vecchio sagrestano di basilica millenaria, raccoglie fra i cespugli, dei merli le nidiate canterine. Esso stringe pure, nel suo amplesso nerboruto, tutto a nocchie e bugne di sassi tondi murati nella calce viva, buona parte in giro delle case e delle osterie, con gli orti e i giardini. L’anima di Torri è tutta qui, tra una muraglia di prigionia ed un enorme respiro di libertà del più limpido azzurro. Anche i ciuffi di verde, che danno sul lago, palme, magnolie, agave, sono raccolti con garbo e contenuti in terrazze e giardinetti oppure vegetano in solitudine i grossi gelsi chiomati capeggianti i viottoli o le piazzette che menano al lago. I pescatori si adunano sugli angoli riposti della via principale ad intessere reti; gli olivi si confortano in pace cheti come l’olio che danno ed anch’io raccolgo queste impressioni sperdute, poi che ne sono l’estensore legittimo. Una volta, ai vecchi «Canevini» si ballava in faccia al lago, disperatamente, all’ombria di due nespoli del Giappone, mentre il famigerato automatico galeotto, faceva turbinare le coppie come i cavallini della giostra.Il sito, distava dal paese quel tanto di strada che le ragazze in vena di sgranchire le gambe, con la scusa di «far due passi», potessero sottrarsi alla diretta sorveglianza dei famigliari. E ci si sentiva così lontani dal mondo, là, sotto quei due nespoli, tal che si perdonava volentieri anche delle scapestrerie musicali dell’organo. Ed era in quella onesta baraonda, che si raffinava nella ginnica dei flirt il miglior prodotto originario di «Torri da le belle donne»! Ora i vecchi «Canevini» sono scomparsi e mutati in pacifica villegialura. I «Canevini nuovi, con gli stessi padroni, si sono stabiliti un po’ più verso il paese, fuori dalla polvere delle automobili, in dimora civettuola fra gli olivi e le vigne. Ma ahimè! L’organo automatico fu …arrestato dai Reali Carabinieri appunto perché lo reputavano un galeotto! In tutto questo per dirvi, che una mattinata di domenica, ospite appunto di una famiglia che villeggiava ai vecchi «Canevini» defunti, mi capita giù, sotto i nespoli del Giappone, agghindata per le feste, la bionda servetta Pierina, in procinto di recarsi alla messa. Tiene una cartolina in mano e sfavillante dagli occhi, un lampo di soddisfazione, me la sventola sotto il naso, come per dire che non sono solamente i signori, che ricevono la «posta». – El lesa qua! Leggo: «Se vuoi sapere chi sono io, ciapa el piroscafo e còreme a drio!» Cerco di ottenere una spiegazione, ma quella mi scappava a raggiungere un chiassetto di compagne che venivano rastrellando per via le ritardatarie e si avviavano frettolose alla chiesa, con la veletta nera in mano. Anch’io mi avviai verso il paese, seguendole a breve distanza. Ogni qual tratto , due di quelle rondinelle, rallentando il passo, tenendosi per mano o a braccetto, una testina si piega verso l’orecchio dell’altra e si confida. Non si sa poi, se il viso del forzierino in gonnella, dove è stato rinchiuso il segreto, sorrida sventato o si faccia scuro e pensieroso… Il bel porto di Torri è irto di antenne dei barconi che riposano con le vele ammainate. Anche il molo è seminato di pescatori che siedono sulle banchine con la pipa in bocca. Soffia un sensibile «Vento de Sora» o «Andro» che inquieta lo specchio blu-azzurro del lago e lo aggriccia sì che le ondine rabbuffate, sembrano tante code di ermellino. I paesi della opposta riva, i primi baciati dal sole, sgranano tanto i dentini. Quest’oggi voglio proprio godermi il pomeriggio in paese, guardando a giocare le bocce! É proprio da «Eugenio», al «Giardino» che si gode questo eccezionale e gratuito spettacolo. L’ambiente è uno dei più caratteristici e riposanti. Appena entrati si sente un buon odore di pane che mai, poiché alla festa si sforna tardi ed Eugenio è anche padrone di forno. I due giochi di bocce determinati da muriccioli in cemento sono allineati sotto la muraglia medioevale, che parte dal Castello e va fino alla chiesa avviluppandosi così il paese in una cinta di paterna tutela. Attorno ai giuochi, su un rialzo d’angolo sono raccolti i tavoli sotto l’ombria di giovani ippocastani. Da qui l’occhio spazia al di là della muraglia, che in questo punto è abbassata, su per la collina, verso Albisano. Il gentil paesino, che ogni tanto fa sentire le sue campane argentine, affiora la candida chiesetta e la pittoresca linea di case e di villini, sul bosco degli olivi. E da un certo punto del mio osservatorio, pare che il campanile sia in arcione a cavallo della chiesa, e se ne veda che il busto quadrato e la testina tonda come certi giocattoli di legno della Val Gardena, dove soldato e cavallino sono tutto un pezzo, al pari dei Centauri. Sono entrato dunque da Eugenio, che mancava un’ora alle funzioni. Il vento della mattina aveva sconvolto un poco il cielo torrigiano, sul quale passava turbolento qualche nuvolone grigio. Le boccie rotolavano sordamente sul piano dei due giochi, ricoperto anch’esso di quel granulato giallo di Torri, e ben due partite erano impegnate a fondo. – I zuga anca su! Osservò un visitatore ridendo. Era in ballo a sfidarsi, una cospicua collezione di anziani del paese capitanati dal prode Eugenio. C’erano «El Momi», «El Schena», «El Pedana», «Bartobel», «Cirico scarparo» ed altri. E la franca e rude parlata veneto-lombarda con una punta di trentino, raggiungeva dei toni alti e discordanti come i primi svariati accordi strumentali di una musica del villaggio, prima che arrivi il maestro. – E pensare, dicevo tra me, che quando vanno o tornano dalla pesca, questi signori sono muti come un carpione! Si capisce che la voce non la spendono che alla festa. Gli spettatori sono seduti ai piedi della muraglia sopra un largo gradone di pietre cementate, alto come uno scalino dell’ «Arena» di Verona – con un cippo quasi romano nel mezzo dove sfumano i litri del sacrificio. E sono assai interessanti a vedere e studiare nelle loro pose naturali, nelle gioie del riposo, nell’ebbrezza della contemplazione.. Ma il pastore della chiesa chiama i renitenti alla … leva del «Vespro» a le funzioni. I presenti si diradano. Resta solo una partita in piedi e qualche curioso. Passa un po’ di tempo e si spandono i rintocchi della benedizione, i giocatori fermano il gioco. Chi lo porta in testa, si toglie il cappello. Un vecchiotto si fa il segno della croce. Poi il gioco continua e il «Giardino» si ripopola. Fin che le cose procedono così, la religione non perderà certo terreno. Ma nemmanco il gioco delle boccie! Stassera il lago ha dei brividi di carne color rosa corallo, leggermente corrusca da una folata d’aria febbrile, feminea, che gli imprime dei rossori improvvisi di un pudore delicato oltre modo. Ma l’altro dì, su di un panno di velluto azzurro era posata laggiù, verso la Bresciana, una gran lama di spada d’oro e ieri era di argento brunito. A contemplare il lago c’è da diventar milionari dopo un breve soggiorno. Come batte il sole sull’opposta riva è un disciogliersi di perle, uno sfavillar di brillanti.
Ma il sole è un grande imbroglione!

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