Chiesa SS. Trinità

L’oratorio della Santissima Trinità si allinea ad est con l’Hotel Gardesana, un tempo sede della Gardesana dall’Acqua, in piazza Calderini, prospiciente il porticciolo. Venne presumibilmente edificato dal nobile Giovanni Menaroli tra la fine del secolo XIV e l’inizio del XV; così si desume dal testamento dello stesso, redatto in Torri il 5 agosto 1401, in cui si prescrive di consacrare la chiesa, di dotarla di beni, di paramenti e sacre suppellettili, si tratta dunque di una chiesa gentilizia sulla quale la famiglia Menaroli manterrà il giuspatronato, ossia il diritto di nominare il cappellano con l’obbligo però di provvederne al mantenimento, fino alla sua estinzione sul finire del secolo XVII, nel 1697 quindi, con bolla di collazione vescovile del 14 novembre, la chiesa ed il beneficio ad essa legato venivano assegnati al sacerdote di Torri don Giuseppe Marai. In quegli anni la chiesa, da oratorio gentilizio e privato, si evolveva a luogo di culto pubblico, frequentato in particolare dai consiglieri della Gardesana dall’Acqua, che avevano preso l’abitudine di ritirarsi fra le sacre mura, quasi ad impetrare divina illuminazione,prima delle loro riunioni presso l’attiguo palazzo consiliare. Le successive visite pastorali indicheranno la Santissima Trinità come pubblico oratorio e tale rimarrà finche nel corso della I guerra mondiale, andato frattanto demaniato, verrà concesso in uso alle truppe francesi di stanza a Torri. Profanato ed in rovina, l’edificio verrà però restaurato intorno alla fine degli anni Venti, convertito in un tempio in onore dei Caduti e restituito al culto. Dopo i restauri e la ristrutturazione ricordati, l’aspetto della chiesa quattrocentesca andò irrimediabilmente perduto con la chiusura dell’ingresso sulla fronte originale ad ovest e, soprattutto, col totale rifacimento del lato meridionale, che venne a fungere da facciata. Questa si presenta in tre ampie arcate a tutto sesto, cieche, contenenti, ai lati, le finestre e, al centro, l’ingresso, sormontato da un frontone spezzato con nel mezzo il busto marmoreo di un fante. Sopra, fra i due pinnacoli, è stato collocato il vecchio campaniletto a vela, in passato presente sull’estremità settentrionale della stessa parete, sul lato nord s’addossa in parte un fabbricato posteriore ad uso civile, da non identificarsi però con la casa << murata, copata et somarata>>, in contrada <> ossia <>, destinata nel già ricordato testamento di Giovanni Menaroli ad abitazione del cappellano pro tempore servente nella chiesa. Attraverso l’antico ingresso laterale, allargato però nel rifacimento della parete, si accede così all’interno del tempio che presenta una struttura assai semplice con un’unica navatella che conduce all’altare settecentesco, prelevato sempre nel corso della ristrutturazione sul finire degli anni venti,dalla chiesa di San Giovanni Battista e sistemato allora contro la parete ovest: in origine l’altare maggiore, intitolato alla Santissima Trinità, era collocato come di norma ad est; mentre un secondo, intitolato a San Giovanni Evangelista, stava sulla parete nord. L’altare contiene ora una scultura in bronzo, opera di Gino Rigetti, raffigurante La madonna che sorregge pietosa il corpo esanime di un soldato, mentre ai lati due lapidi ricordano i caduti Link utili. Sulle pareti interne della chiesa permangono, per fortuna, ampi brani di affreschi, databili proprio al finire del Trecento o al primissimo Quattrocento, ad un Quattrocento più maturo ed al primo Cinquecento. Sulla parete orientale domina, inserito nella caratteristica <>, un maestoso Cristo pantocratore fra i simboli degli evangelisti e i santi Caterina d’Alessandria e Bartolomeo (presumibilmente eseguito dopo il 1432 su disposizione testamentaria di Veronesio Menaroli); sottostante un riquadro anteriore con l’immagine di Cristo crocefisso fra santa Lucia, la Vergine, san Giovanni Evangelista e san Pietro (fine sec. XIV o primissimo sec. XV); di fianco la vergine che allatta il bambino (secondo sec. XV)e ancora l’immagine assai deteriorata di sant’Antonio da Padova ( secondo sec,XV). Sulla parete settentrionale, alla sinistra di chi guarda, il frammento di un’Ultima cena (fine sec. XIV o primissimo sec. XV); a destra e più in alto un riquadro in parte mutilo con le raffigurazioni di san Cristoforo e del Battesimo di Cristo (tardo sec. XV). Sulla parete meridionale, alla sinistra dell’ingresso, un ultimo riquadro con La Vergine con il Bambino e san Rocco (1517), la cui committenza spetta a Zuane Tura e i cui modi richiamano la pittura di Francesco Morone. Il soffitto, anch’esso rifatto sul finire degli anni Venti, venne all’epoca decorato dal pittore veronese Maioli, che nell’occasione provvide pure ad un primo restauro degli affreschi descritti; un secondo si verificò intorno agli anni sessanta; recentissimo, infine, l’intervento ad opera di Erminio Signorini, che non solo ha reso più leggibili i dipinti ma ha loro restituito i loro originali toni cromatici. Il restauro degli affreschi conclude tutta una serie d’interventi anche sull’edificio quali: un generale risanamento delle murature, la pulizia degli stipiti e dell’architrave dell’originale ingresso ad ovest, la tinteggiatura della facciata e la sistemazione del soffitto, a capriata scoperta, dopo la rimozione elle decorazioni del Maioli.

Testo di Giuliano Sala

Comments