DOMIZIO CALDERINI

Torri ha il vanto di aver dato i natali al poeta e umanista Domizio Calderini nel XV secolo; dai contemporanei considerato anche sommo erudito. “Asta viator…” fermati e avvicinati o viandante! Echi sa quante volte i turisti avranno avuto occasione di sostare davanti a questa iscrizione, scolpita in una lapide ch’era posta nell’arcata dello storico palazzo “ Gardesana”. E’ una specie di stele funebre con capitello assai decorato e rovinato dal tempo e dall’incuria. La lapide fu atterrata e ridotta in pezzi dai francesi alla fine del XVIII secolo; ricomposta venne nuovamente frantumata durante la prima guerra mondiale, poi l’amministrazione locale provvide a ricomporla e a collocarla nella piazza del porto. Domizio Calderini, un vero restauratore della letteratura italiana, nacque a Torri, dove si era stabilito il padre Antonio, che esercitava la professione di notaio e aveva presso la moglie una tal Margherita, figlia di Domenico Paese da Torri,nell’anno 1442. Da questo matrimonio nacque pochi anni dopo, Domizio: probabilmente verso il 1444, tutt’al più all’inizio del 1445, perché ce lo conferma il padre Antonio con l’epitaffio che dettò al lapicida. Questo il testo dell’iscrizione funebre: Domitius Calderinus hic natus Veronae / liberalibus studiis eruditur Roman / profectus a Sisto IV Pontefice Maximo / stipendio honoreque accumulatur / Accademiae Romanae princeps hoc / utriusque linguae eminentissimus / abstrusa quaeque oratorum et trigesimun annum / natum pestis saeva intercepit. / Filio superstes, Antonius Calderinus hoc marmor posuit. Esisteva in Verona in quel tempo, una fiorentissima scuola (litterarium Gymnasium) istituita dal Senato Veneto, dove si studiavano le lingue classiche. È noto, tra l’altro, che il Calderini fu allievo del Brognoligo, docente in Verona a quel tempo. Terminati gli studi, fu chiamato a Venezia dall’insigne maestro benedetto Brugnoli di Legnago, all’ora insegnante di gran fama. Dopo due o tre anni il giovane Domizio fu invitato a Roma da Papa Paolo II, quale lettore presso l’Università di Roma, dove in breve tempo acquistò fama e onori. Trascorse la breve vita attendendo agli studi e in modo particolare nella traduzione dei dieci libri di Pausania e nella pubblicazione di due opere filosofiche di grandissimo pregio. La morte lo colse in Roma sotto il pontificato di Sisto IV, nel maggio 1478. Il più grande poeta di quei tempi, Angelo Poliziano, fece scolpire in Roma sul sepolcro dell’amico un epigramma da lui dettato, poi si recò a Torri in cerca di notizie e di scritti lasciati da Domizio. Nella stessa occasione il Poliziano volle che fosse scolpito sulla lapide, nella parte opposta a quella recante l’epigrafe del padre, il seguente epigramma:
Adsta viator, pulverem vides sacrum,/quem vorticosi vexas unda Benaci./Hoc mutat ipsum saepe Musa Liberthrom,/Fontemque Sisyphi, ac vireta Permessi:/Quippe hoc Domitius vagiit solo primun,/Ille, ille doctus,
ille quem probe nosti/Dictata dantem Romuleae inventuti,/Mira eruentem sensa de penu vatum,/Abi viator, sat tuis oculis debes.

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